Vulcano vecchio… fa buon vino.

Sono i vulcani più antichi a generare i vini migliori. Questo in sintesi quanto emerso nell’ambito della quarta edizione di Vulcania, il forum internazionale dei vini bianchi da suolo vulcanico, coordinato dal Consorzio del Soave, in collaborazione con Veneto Agricoltura, che si è svolto lo scorso giugno a Borgo Rocca Sveva  (Soave) e che ha visto la partecipazione di un’ampia rappresentanza della stampa estera oltre che di quella italiana (nelle foto le degustazioni). Nutrito il parterre di relatori: Diego Tomasi del Centro Ricerca per la viticoltura di Conegliano, Attilio Scienza, docente di viticoltura dell’Università di Milano, Monica Larner,  Wine Entusiasth, Richard Baudains, Decanter, Veronica Crecelius, Weinwirtschaft, Antonio Paolini, L’espresso. Tra le zone produttive di origine vulcanica in Italia, quella del Soave, oltre a essere la più ampia per estensione, risulta essere anche la più antica, dal momento che i filari di Garganega che oggi rivestono le colline del Soave sprofondano le loro radici tra basalti e sedimenti vulcanici risalenti a 50 milioni di anni fa. In tutto questo tempo le terre sono emerse dal mare e hanno subito una lenta ma preziosa fase di maturazione. Ne risultano suoli tra i più ricchi in elementi minerali e sostanza organica, che i ricercatori chiamano paleosuoli. Un ambiente ideale, dove la Garganega ha dimostrato da centinaia di anni di trovarsi a proprio agio. Il sistema vulcano del Soave infatti, oltre a concorrere in modo evidente a comporre un preciso e identificativo aspetto paesaggistico del territorio, di fatto proprio per le sue specifiche caratteristiche chimico fisiche costituisce una sorta di stabilizzatore ambientale, quasi un ombrello protettivo nei confronti delle influenze, spesso negative, che i recenti cambiamenti climatici inducono nella regolare maturazione dell’uva.