I danni collaterali all’enogastronomia italiana

Unioni forzate tra piccoli Comuni. Il No dei sindaci Città del vino

Con l’allargamento dei confini amministrativi vacilla anche la tenuta dei disciplinari di produzione

Vigneti sfondo borgoNella storia d’Italia il Comune è un elemento centrale di una solida tradizione civica che dal Medioevo arriva alla nostra Costituzione. Ma se venisse approvato il disegno di legge che prevede la fusione dei centri sotto i 5mila abitanti (n. 3420 del 16/1/2016) tanti piccoli paesi, fortemente identitari, si vedrebbero riassorbiti in entità amministrative più grandi, più larghe, anonime, disomogenee, perdendo quelle funzioni di governo di prossimità, mirate e competenti, finora al servizio del cittadino e delle imprese.
Già molte associazioni di Identità hanno criticato il provvedimento in discussione in Parlamento e anche Città del Vino ha più volte sottolineato come la fusione obbligatoria dei Comuni sotto i 5mila abitanti metta in allarme – ad esempio – anche tutto il sistema delle denominazioni di origine Doc, Dop, Docg e Igp, legate per fama nazionale e internazionale al nome di tanti piccoli Comuni italiani. Del resto l’agricoltura di qualità e le nostre migliori produzioni tipiche, oltre ai servizi connessi, come il turismo enogastronomico, registrano punte d’eccellenza proprio nella fascia dei territori cosiddetti minori.
Queste e altre considerazioni hanno animato il dibattito tra i sindaci durante l’ultima Convention in Costiera Amalfitana (a inizio maggio 2016), da cui esce adesso un documento interno che l’Associazione sta inviando a tutti i primi cittadini per formulare una nuova proposta di legge che vada nella direzione opposta a quella depositata in parlamento. Si tratta cioè non di fondere e cancellare i piccoli Comuni, ma di rafforzarli in rete con misure ad hoc come la compartecipazione efficiente dei servizi, la gestione associata di risorse straordinarie per obiettivi e progetti comuni e altre misure.
Città del Vino sta inoltrando a tutti gli enti locali associati un ordine del giorno per sottoporre il tema e le contromisure da prendere, anche all’attenzione dei Comuni più grandi chiamati a sostenere i più piccoli.
Le fusioni devono essere un atto volontario delle comunità che intendono unirsi e non una misura imposta dall’alto  – afferma il presidente di Città del Vino, Floriano Zambon –. La fusione dei Comuni, quando non scelta consapevolmente dalle comunità locali, rischia di far perdere importanza, diritti e servizi. Inoltre un provvedimento che obbliga i Comuni a fondersi avrebbe anche buone probabilità d’essere giudicato incostituzionale. Per sostenere i piccoli Comuni e il loro rafforzamento – conclude Zambon – abbiamo già chiesto un incontro al ministro degli Interni Angelino Alfano insieme alle Città dell’Olio e ai Comuni Bandiera Arancione”.
La revisione dei confini comunali avrebbe un’immediata ricaduta anche sulle denominazioni di origine dei vini e su altre produzioni agroalimentari a marchio Dop e Igp, mettendo a rischio la tenuta formale dei disciplinari di produzione.  Basti pensare alle grandi denominazioni di origine che ricadono su piccoli territori e che portano il nome di tanti Comuni, la cui qualità ha reso questi prodotti famosi nel mondo.
Come dovremmo chiamare i vini più famosi d’Italia? Barolo di Barolo (739 abitanti) o della frazione di Barolo? Morellino di Scansano (4.500 persone) o della località Scansano? E il Barbaresco (670 abitanti)? Il Greco di Tufo (934)? L’Aleatico di Gradoli (1.479)? I vini della Costa d’Amalfi con le sottozone – oppure sottofrazioni o circoscrizioni?  – di Furore, Ravello e Tramonti? Nell’ordine: 837; 2.500 e 4.147 abitanti. Salva per ora Montalcino, che con 5.139 abitanti potrà conservare il titolo di Comune. Ma fino a quando?
I piccoli Comuni identitari devono sopravvivere ai tempi – incalza Zambon – ad esempio promuovendo strutture snelle di associazionismo e coordinamento intercomunale per una maggiore omogeneità ed efficienza dei servizi pubblici o per politiche di area coerenti. L’autonomia comunale, l’identità, la cultura, la bellezza e la qualità della vita di gran parte del territorio italiano dipendono ancora dalle buone pratiche dei Comuni”.
Diversamente il rischio è che le campagne e le zone periferiche restino sempre più marginalizzate, con danni per l’agricoltura, il turismo, i servizi sociali e la manutenzione del territorio. Il timore è che gli incentivi finanziari alle fusioni risolvano al massimo solo qualche problema immediato, mentre la perdita d’autonomia sarebbe irreversibile. Nonostante queste ricchezze, le politiche nazionali e regionali negli ultimi anni si sono mosse nella direzione della riduzione del numero dei municipi, prima togliendo risorse finanziarie e ora sollecitando lo strumento delle fusioni, anche con incentivi.