Nata nella provincia di Treviso e ideata dai fratelli Bellussi

La Bellussera, gigante in estinzione

Davvero non più adeguata ai tempi?

Apertura_portaleL’abbandono dei sistemi arcaici di coltivazione della vite ed il passaggio ad una viticoltura intensiva e più moderna in alcune aree del Veneto corre lungo una linea temporale che copre poco meno di un secolo, dalla fine dell’Ottocento fino al secondo dopoguerra. Il cambiamento del paesaggio viticolo fu dettato da una serie di fattori contingenti, non ultimo la crisi sanitaria provocata dalla peronospora prima e dalla fillossera dopo, che hanno accelerato il rinnovamento degli impianti. A questo si aggiunga…

L’ARTICOLO COMPLETO A FIRMA DI PIA MARTINO E’ PUBBLICATO A PAGINA 32 DEL FASCICOLO 2/2016 DI VQ. PER ACCEDERE ALLA RIVISTA ONLINE E’ NECESSARIO ESSERE ABBONATI.
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(Approfondimenti a cura dell’Autrice)

L’importanza del tutore

Tra i tanti elementi di cui si componeva un tempo il vigneto a raggi, anche il tipo di sostegno era in funzione dell’economia del sistema. Inizialmente si usava il gelso, risorsa importantissima per l’industria serica dell’area; inoltre dall’albero si ricavava legna da ardere e quella per costruire le botti in cui il vino stesso invecchiava. Con la crisi dell’industria della seta e in considerazione dei rischi che la simbiosi tra specie comporta (quali malattie dell’albero che passano alla vite, competizione radicale, perdita di prodotto, eccessivo sviluppo della chioma che può ombreggiare troppo la pianta, ad esempio) si passa al tutore morto costituito da pali di legno (castagno, quercia o acacia preventivamente trattati con solfato di rame e successivamente con una soluzione di latte di calce per fissare il protoplasma del legno ed evitare la putrefazione) fino al più resistente palo di cemento, una volta costruito sul luogo data la spesa di investimento, ed impossibile da attaccare da parte di alcuni insetti quali tignole e cocciniglie.

Contro l’abbandono

L’abbandono della Bellussera non sarebbe oggetto di discussione in questo momento storico se l’interesse attorno alla varietà per la quale essa è nata, il Raboso Piave, a cui si lega sia per tecnica che per storia e tradizione, non fosse diminuito così fortemente a seguito dell’invasione dei vitigni internazionali, cogliendo l’occasione di auspicare un ritorno in auge di questo vino. Sarebbe bastato contemplare una qualche forma di protezione, anche legale, che la legasse al territorio così come è accaduto per la pergola trentina o quella veronese per scongiurare un suo quasi sicuro oblio.
Di chi sia la responsabilità non è questa la sede in cui indagare. Fatto sta che oggi le poche bellussere ancora in vita restano localizzate nella zona storica dell’alto e medio Piave (tra i comuni di Tezze di Piave, San Polo di Piave, Tempio, Rai, Ormelle) difese, è il caso di dirlo, da quelle poche aziende che fanno della storia del territorio il punto focale del proprio lavoro e della propria comunicazione e che includono nel concetto di qualità anche il valore culturale. Oggi la Bellussera diventa quasi un tabù, sconsigliata e velatamente proibita (dietro altrettanti velati ricatti burocratici) per qualunque varietà tranne che per il Raboso, l’unico per cui sono consentiti nuovi impianti.
La Bellussera non può e non deve morire per sfuggire al rischio che l’inevitabile adattamento al progresso in funzione del guadagno standardizzi il paesaggio fino quasi a banalizzarlo, impoverendo il vino dei suoi significati storici e proiettandolo in un contesto globalizzato privo di fascino. La salvaguardia delle Bellussere, al di là dei sentimentalismi personali, non deve però essere letta quale strenua e nostalgica difesa di una storia passata precludendo il necessario progresso, ma come tutela di un sistema economico locale radicato nelle proprie tradizioni oltre che altrettanto doverosa tutela della testimonianza di una cultura agricola che ci identifica, ci differenzia e ci valorizza agli occhi del mondo.