L'irrigazione come tecnica irrinunciabile in molti ambienti viticoli

Irrigare: utile o indispensabile?

Quando e come irrigare il vigneto, anche in funzione dell'obiettivo enologico
Ala gocciolante sospesa in un giovane impianto.

L’irrigazione del vigneto, in considerazione dei mutamenti climatici in corso e in particolare dei loro effetti sulle temperature e sulla distribuzione delle precipitazioni, pare essere uno dei punti cardine su cui si baserà la viticoltura del Nuovo Millennio. Dovendo tuttavia fare i conti con la necessità di ridurre gli sprechi e razionalizzare l’impiego di una risorsa che sarà sempre più limitata in futuro, come ha fatto notare Giovanni Nigro, che ha coordinato il convegno Esigenze idriche della viticoltura di collina: stato dell’arte e prospettive, organizzato nel dicembre del 2012 a Piacenza dal Crpv, Centro Ricerche Produzioni Vegetali (Faenza, RA) e dalla Provincia di Piacenza.

Il bilancio idrico del vigneto
Per capire se sia necessario irrigare si devono prendere in considerazione i fattori che contribuiscono al bilancio idrico del vigneto, in primis il clima ma anche la tessitura del terreno che, come ha sottolineato Stefano Poni (Università Cattolica Sacro Cuore di Piacenza), determina variazioni considerevoli dell’acqua disponibile e quindi della capacità del terreno stesso di fungere da serbatoio. Molto importante è anche la gestione del suolo che, nel caso si opti per l’inerbimento, deve prevedere la scelta accurata delle specie da impiegare, dal momento che esse presentano traspirazioni molto differenti.
Sul consumo idrico incide anche il sistema di allevamento; esiste infatti una correlazione tra luce intercettata e traspirazione, per cui i sistemi che ricoprono maggiormente la superficie del terreno, quali ad esempio tendone, alberello e pergole, sono quelli che comportano una maggiore perdita di acqua. Nei sistemi a controspalliera si deve considerare che alle nostre latitudini l’orientamento nord-sud dei filari presenta un bilancio idrico favorevole rispetto all’est-ovest. Ovviamente sul bilancio idrico del vigneto incidono anche l’età delle viti, lo sviluppo fogliare e il carico di uva.

Stazione di pompaggio con filtri a graniglia di un impianto di microirrigazione a goccia presso l’Azienda Gambi (Ravenna).

Stress idrico e fasi fenologiche
Per decidere quando irrigare, si deve considerare che la suscettibilità della vite allo stress idrico varia a seconda della fase fenologica ma devono anche essere tenuti in debito conto gli obiettivi enologici che devono essere perseguiti. Uno spartiacque è a tal proposito rappresentato dall’invaiatura, che determina una differente sensibilità allo stress a causa della disconnessione idraulica tra germoglio e grappolo che si viene a creare. Lo stress in epoca precoce limita la produzione, portando all’ottenimento di acini più piccoli; l’irrigazione può rivelarsi necessaria anche dopo l’invaiatura e tende in questo caso a ritardare la maturazione.

Conoscere per razionalizzare
La tecnica irrigua in vigneto è spesso applicata senza strategia e in maniera poco razionale, mentre la situazione climatica e produttiva attuale impone un repentino passaggio a una gestione ragionata dell’irrigazione, finalizzata a ottimizzare l’uso dell’acqua in termini di efficienza e di costi.
Per decidere quanto irrigare si deve partire dal fatto che la mancanza di acqua determina una riduzione dell’apertura stomatica, con riflessi negativi sull’attività fotosintetica e quindi sulla quantità e sulla qualità della produzione ottenibile. Oltre una certo livello di apertura degli stomi non si hanno però benefici produttivi, arrivando al cosiddetto consumo idrico di lusso. Si introduce a questo punto il concetto di stress idrico controllato, che prevede la restituzione solo di una quota dell’evapotraspirato, tale comunque da consentire di massimizzare i risultati quali-quantitativi.
Lo stress idrico ha ripercussioni dirette sugli stomi, dal momento che ne determina la parziale chiusura, con diminuzione della traspirazione e aumento dell’efficienza dell’uso dell’acqua. Questo meccanismo di risposta allo stress idrico, come ha fatto notare Alberto Puggioni (Netafim Italia), è alla base dell’applicazione del deficit idrico controllato ‒ reso possibile dall’applicazione dell’irrigazione a goccia ‒ che prevede che il reintegro dei volumi irrigui avvenga a un livello inferiore rispetto a quello ottimale, al fine di aumentare le prestazioni qualitative del vigneto. È noto come un leggero stress in post allegagione consenta di controllare le dimensioni della bacca e lo sviluppo vegetativo, favorisca un accumulo di antociani se imposto in post-invaiatura e possa migliorare le caratteristiche compositive della bacca nella fase finale della maturazione, in quanto diminuisce la competizione esercitata dai germogli; nel complesso lo stress idrico controllato, se da un lato migliora le caratteristiche dell’uva e permette un risparmio di acqua fino al 50%, dall’altro determina però un calo produttivo rispetto al pienamente irrigato.

Invaso artificiale per l’alimentazione di un impianto di microirrigazione a goccia in ambiente collinare.

Gli aspetti enologici
Un aspetto importante da considerare è come gestire le uve che, a seguito di condizioni climatiche non ottimali, giungano in cantina alterate per quanto riguarda la maturità tecnologica, fenolica, aromatica, le proprietà meccaniche e con un minore contenuto in acqua. Per quanto concerne ad esempio le alterazioni della maturità tecnologica, si può avere un rapporto zuccheri/acidi sbilanciato verso l’accumulo di zuccheri, con aumento della formazione di riserve e una maggiore velocità di respirazione dell’acido malico. Può altresì presentarsi un pH tendenzialmente più alto, che comporta una maggiore propensione della matrice all’ossidazione, un maggior rischio microbiologico sia per la fermentazione alcolica sia per quella malolattica, nonché maggiori problematiche connesse con la stabilità tartarica e proteica. Milena Lambri (Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza) ha elencato una serie di possibilità per contrastare l’elevato tenore zuccherino, come la respirazione pre-fermentativa di una parte degli zuccheri con lieviti non Saccharomyces selezionati, l’ultra e la nano-filtrazione del mosto, l’impiego di lieviti con bassa resa in etanolo e la dealcolazione del vino. A riguardo della riduzione dell’acido malico, occorre valutare se far avvenire comunque la fermentazione malolattica e considerare l’avvio spontaneo della medesima; deve essere quindi prestata attenzione all’aumento dell’acidità volatile, del diacetile e delle ammine biogene. Gli interventi possibili sono in questo caso il controllo della fermentazione malolattica con ceppi selezionati, il ricorso al co-inoculo o all’inoculo sequenziale di lieviti e batteri. Il pH alto è alla base di una maggiore biodiversità della microflora indigena dell’uva e del mosto, che ha come conseguenza il rischio che lieviti non Saccharomyces possano prendere il sopravvento, con possibili rallentamenti e arresti di fermentazione. Gli interventi possibili riguardano in questo caso l’azione selettiva sulla microflora micetica riconducibile all’impiego dell’anidride solforosa, l’utilizzo della CO2 solida ‒ in grado di inibire la microflora spontanea ‒ e l’inoculo di lieviti selezionati.

 

Da forzatura a fattore di qualità
La pratica irrigua è in genere osteggiata dai disciplinari di produzione dei vini Doc e Docg, molti dei quali sono sorti negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso e riflettevano il desiderio di rivalsa di un settore vitivinicolo che ambiva a elevare rapidamente i propri standard qualitativi. Alla luce dei cambiamenti climatici verificatisi negli ultimi decenni e delle scoperte scientifiche relative alla fisiologia della vite, è necessario riconsiderare il ruolo dell’irrigazione in viticoltura, che da semplice pratica di forzatura si è trasformata progressivamente in un fattore di produzione, qualità e reddito.

 

Solo un quarto del vigneto italiano è irriguo

Roberto Miravalle (Consorzio di Tutela Vini Doc Colli Piacentini) ha evidenziato come in Italia solo il 26% della superficie vitata sia irrigata e come la microirrigazione a goccia sia il sistema più adottato, anche se trovano ancora una certa diffusione l’aspersione e lo scorrimento, che hanno una bassa efficienza e determinano elevate perdite. La regione in cui la pratica irrigua è più diffusa è il Trentino-Alto Adige, dove interessa circa l’80% della superficie vitata, seguita da Puglia, Emilia-Romagna, Molise e Friuli Venezia Giulia.

 

Articolo a firma di Riccardo Castaldi – Gruppo Cevico (Lugo, RA)

Approfondimenti a cura dell’Autore e della Redazione

 

PER APPROFONDIRE

Come risponde la vite ai mutamenti climatici?
A partire dal 1988 si è verificato in Europa un incremento di circa 1°C delle temperature medie annue, riconducibile al repentino cambiamento della circolazione atmosferica, con un’intensificazione delle correnti che scorrono da ovest verso est e apportano masse d’aria subtropicale, a scapito di quelle che invece fluiscono da est verso ovest, apportando aria fredda siberiana, come illustrato da Luigi Mariani (Università di Milano). Questa nuova fase climatica, oltre che per gli incrementi della temperatura media annua, pari a 0,5°C nel Nord Europa e a 1,5°C nel Sud Europa, si caratterizza anche per un aumento delle precipitazioni nell’area settentrionale del Continente e una diminuzione in quella meridionale; si deve inoltre considerare un aumento generale delle risorse radiative, cioè delle ore di sole e della radiazione solare globale. Relativamente alle precipitazioni, è necessario precisare che se la tendenza è valida su scala continentale, è bene sia verificata a livello di singola stazione e di mesoclima, dal momento che la distribuzione delle precipitazioni, a differenza di quella delle temperature, è estremamente variabile nello spazio e nel tempo.
La nuova fase climatica trova conferma nel fatto che il limite settentrionale dell’anticiclone delle Azzorre, che nel periodo 1968-1987 si collocava indicativamente sull’Appennino Tosco Emiliano, dal 1988 in poi si è posizionato nel Nord della Francia.
Come conseguenza dell’aumento delle temperature si deve considerare un anticipo di tutte le fasi fenologiche, che si traduce in un anticipo della maturazione variabile da 10 a 20 giorni; se da un lato ciò consente di sfuggire al maltempo autunnale, dall’altro può comportare un certo sfasamento tra maturità tecnologica e maturità fenolica. A prescindere dalle precipitazioni, l’aumento della temperatura ha determinato un incremento dell’evapotraspirazione, che viene grossolanamente stimato in 50 mm annui, che ha portato a un aumento dell’aridità. Le maggiori risorse tecniche e radiative hanno portato a variazioni compositive delle bacche, che richiedono un’adeguata gestione sotto il profilo enologico. A livello nazionale si deve considerare come l’incremento delle temperature medie annue di 1,5°C abbia innalzato il limite dell’areale collinare e montano della vite di circa 250 m. A livello continentale è noto come le variazioni climatiche abbiano permesso la coltivazione di vitigni a maturazione media e tardiva anche nel Nord Europa, in aree storicamente destinate solo alla coltivazione di vitigni precoci.

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