La biodiversità alla base della durabilità della viticoltura

Coltivare la biodiversità per trasformare la viticoltura

Le tecniche di gestione del terreno che assicurano ecosostenibilità e fertilità
Inerbimento autunno-primaverile con favino che però non viene utilizzato come sovescio ma pacciamato e lasciato sulla superficie del vigneto. In un secondo tempo si interra leggermente con un erpice a dischi.

L’ultima rivoluzione agricola, basata su vitigni selezionati, sull’uso di concimi minerali ed antiparassitari di sintesi, ha prodotto una sorta di industrializzazione della viticoltura e la biodiversità nel vigneto è stata vista come un fattore limitante da eliminare. La viticoltura e la natura rappresentavano allora due spazi den delimitati, gestiti con regole profondamente diverse: lo spazio viticolo, destinato alla produzione, e quello naturale da preservare.
La biodiversità in viticoltura è, malgrado l’intensificazione dei processi produttivi, un aspetto essenziale per la valorizzazione dei diversi ambienti di coltivazione e per le diverse esigenze dei modelli di consumo. Si manifesta però soprattutto nelle scelte varietali, mentre è sostanzialmente trascurato l’aspetto relativo all’ecosistema dove la vite è coltivata, il suolo del vigneto ed il suo intorno naturale. È quindi necessario superare la visione vitigno-centrica del vigneto per proteggere e valorizzare la biodiversità dell’insieme dell’ecosistema viticolo, integrando e facendo convergere le discipline e le conoscenze agronomiche con quelle ecologiche, per sviluppare un nuovo concetto di agro-biodiversità che inglobi le popolazioni dei vitigni coltivati con tutte le specie viventi nel vigneto, siano esse animali o vegetali o microbiche, aggressive o utili, telluriche o aree.
Il tema trasversale comune a tutte le forme di coltivazioni erbacee ed arboree è la copertura del suolo, come espressione di una sinergia tra la gestione della coltura principale e quella della copertura, al fine di ridurre l’effetto competitivo della flora avventizia con la non-lavorazione, l’uso del mulch, l’impiego di leguminose azoto-fissatrici, l’arricchimento sistematico di sostanza organica, la lotta biologica.

Cos’è la viticoltura ecologicamente intensiva?

La viticoltura ecologicamente intensiva prende lo spunto da quella che negli anni Novanta venne definita la rivoluzione doppiamente verde o evergreen, la quale aveva come caratteristica principale quella di inserirsi in un ecosistema di produzione complesso dove le attività produttive fanno sistema (come ad esempio l’articolazione tra viticoltura ed allevamento del bestiame, la riduzione dei residui della produzione, il riciclo degli stessi per migliorare la fertilità dei suoli attraverso la produzione dei compost) .
Lo strumento più efficace per ottenere questi risultati è la presenza nel vigneto di una comunità di piante erbacee e di animali, resa possibile da una copertura vegetale del suolo del vigneto.

Competizioni e durabilità del vigneto

Il ricorso ai soli concimi minerali ed agli ammendanti organici (i cosiddetti organici o misto-organici), di solito sottoprodotti dell’industria agroalimentare, utilizzati per intensificare la produttività, non ha risolto i problemi di fertilità biologica e strutturale dei suoli dei vigneti. È quindi necessario fare ricorso alla cosiddetta biodiversità pianificata, che si sviluppa nelle associazioni tra specie legnose (la vite) e quelle erbacee (l’inerbimento del vigneto) con modalità spaziali, temporali e di utilizzo molto diverse. Queste associazioni vegetali hanno obiettivi multipli ed assumono ruoli prevalenti a seconda delle problematiche che devono risolvere: proteggere il suolo dall’erosione o dal calpestamento, catturare azoto dall’aria, respingere i bioagressori o attivare gli ausiliari etc.
Generalmente si osserva una correlazione negativa (trade-off), soprattutto nelle fasi iniziali dell’impianto, tra l’associazione vite/copertura vegetale e la produttività del vigneto, soprattutto in ambienti più siccitosi, ma è necessario trovare accorgimenti (sesti d’impianto, portinnesti, rippature profonde che favoriscono l’approfondimento delle piogge etc.) per contenere le competizioni. E soprattutto occorre introdurre criteri oggettivi di valutazione da parte del viticoltore, che non tengano solo conto dell’effetto della competizione nel tempo, ma anche della migliore utilizzazione della luce, del migliore sfruttamento del suolo in profondità e delle conseguenze sulla biodiversità, in un’ottica di durata delle risorse naturali.
Sono peraltro necessari alcuni prerequisiti per un impiego ecologico dell’inerbimento del vigneto:
la distribuzione ed entità delle precipitazioni (almeno 500-600 mmnel periodo aprile-settembre). Piovosità inferiori consentono solo inerbimenti temporanei autunno-primaverili o un’interruzione precoce della copertura erbacea, nel periodo di stress;
la tipologia di inerbimento. È preferibile una copertura spontanea, meglio adattata alle condizioni pedo-climatiche del luogo, anche se l’uso di una sola specie può essere interessante per funzioni particolari come la protezione dall’erosione o dal compattamento del suolo o la soluzione di problemi nutrizionali.
Per uno sviluppo adeguato della microfauna è auspicabile una composizione floristica elevata e costituita da piante perenni. Inoltre la loro continuità alimentare può essere garantita dalla presenza nelle vicinanze del vigneto di siepi, scarpate e boschi. A questo riguardo l’aspetto più importante è quello di favorire la presenza costante di piante in fioritura, in quanto sono i nettari ed il polline le fonti alimentari degli insetti antagonisti. Infatti l’assenza di 7-10 giorni di fiori può essere fatale per alcuni parassitoidi come i mimaridi ed i tricogrammi. Per questo motivo oltre ad una grande ricchezza di specie è importante la pacciamatura a file alterne, ritardando l’operazione a dopo la fioritura.

Inerbimento artificiale autunno-primaverile adatto per terreni sciolti, in ambiente mediterraneo. Sono consociate numerose specie a taglia diversa, tra le quali veccia, avena, trifoglio bianco, facelia, senape. La pacciamatura viene realizzata in tempi diversi nei filari contigui in modo da consentire lo sviluppo successivo del trifoglio bianco.

Inerbimento e livello di biodiversità nel suolo

Il crescente impiego in viticoltura dell’inerbimento, sia esso spontaneo o artificiale, ha evidenziato un profondo cambiamento nei rapporti tra la vite ed alcuni aspetti negativi legati alla condizione di monocoltura del vigneto, in un’ottica di protezione integrata nei confronti degli artropodi fitofagi, controllati in modo molto efficiente dall’entomofauna infeudata alle erbe infestanti. Alcuni indici di biodiversità quali la presenza di emitteri (cimici) e di eterotteri hanno mostrato che gli inerbimenti prolungati garantiscono una maggiore ricchezza di specie ben strutturate.
La coltivazione delle specie arboree in genere è associata al problema dei reimpianti, che di norma vengono realizzati senza attendere il necessario ciclo di riposo del suolo. I fenomeni di stanchezza si manifestano generalmente con lo sviluppo stentato delle nuove piante, con manifestazioni spesso asintomatiche. Le cause sono molto diverse e tra queste hanno importanza crescente la diffusione di nematodi, di funghi tellurici, di insetti (es. elateridi ) e di altri organismi dannosi. La pratica della biofumigazione, da tempo applicata su molte colture orticole industriali, ha evidenziato effetti positivi anche sulla vite. Vengono impiegate le cosiddette piante biocide, crucifere del genere Erica e Brassica, che producono sostanze chiamate glucosinolati che liberano composti isotiocianati e nitrili, attivi su funghi e nematodi. L’azione di questi composti non si manifesta solamente con la pacciamatura ed il leggero interramento della massa vegetale, ma anche attraverso le radici che rimangono nel suolo.

Inerbimento spontaneo in vigneti collinari oltrepadani nel quale prevale il loietto, che viene pacciamato poco prima della fioritura.

Inerbimento e pacciamatura

Rispetto ad un recente passato, nel quale gli inerbimenti erano soprattutto spontanei, si stanno oggi sempre più affermando modalità di copertura cosiddette artificiali e, date le sempre minori disponibilità idriche dovute al cambiamento climatico, di tipo temporaneo. Un contributo importante alla diffusione di queste tecniche di inerbimento è stato dato dal perfezionamento delle macchine operatrici, le pacciamatrici, soprattutto per i progressi apportati alla struttura meccanica ed alle modalità di funzionamento della macchina, oltre che per la tipologia dei martelli. L scelta delle specie assolve a diverse funzioni (vedere approfondimento sul web).
La prima pacciamatura dovrebbe essere eseguita quando le piante hanno fiorito, per consentire una buona disseminazione e per favorire i processi di umificazione della sostanza organica e di formazione di humus stabile, per la maggior presenza negli steli delle specie pacciamate di cellulosa e lignina. Inoltre sia ha il rallentamento del movimento delle spore di peronospora che hanno svernato nelle foglie di vite del ciclo precedente e, nel caso di presenza di nottue, si consente a questi lepidotteri di nutrirsi delle piante erbacee e quindi di non danneggiare le gemme della vite. Come si è già ricordato, è buona regola pacciamare a filari alterni per mantenere nel vigneto costantemente delle piante erbacee in fioritura, per garantire un supporto trofico agli insetti utili.

Pacciamatrice Nobili che dispone di un sistema a coclea a scarico laterale per traslare l’erba pacciamata sul filare, favorendo la formazione di un mulch che esercita un’importante azione di controllo della flora infestante.

Un caso pratico

All’interno del Progetto Magis è in corso di elaborazione un protocollo di studio della biodiversità semplificato e di autovalutazione da parte del viticoltore, che si basa su alcuni indici vegetazionali e della complessità delle catene alimentari degli insetti, integrato dal calcolo dell’equilibrio dell’azoto secondo la formula di Burns. Questo protocollo dovrebbe consentire una stima dell’evoluzione della sostanza organica nei suoli vitati, nei rapporti con la biodiversità vegetale ed animale, e degli effetti sulla struttura e la stabilità degli aggregati umo-minerali.
Nel corso del biennio 2012-2013 sono stati valutati in un’azienda toscana gli effetti sulla biodiversità del suolo della riduzione degli interventi antiparassitari, secondo quanto previsto dal Protocollo Magis, per confronto con un programma di lotta a calendario ed uno di lotta biologica. I suoli sono inerbiti spontaneamente e l’erba pacciamata viene andanata nel sottofila per il controllo delle infestanti. La riduzione dei trattamenti nel Protocollo Magis è stata di circa il 30% nei confronti della lotta convenzionale e del 50% per la lotta biologica, soprattutto nel 2013. La valutazione del grado di compattamento dei suoli realizzata con il penetrometro ha evidenziato un minore compattamento dei terreni meno trafficati, quelli cioè del Protocollo Magis. Inoltre lo strato di mulch nel sottofilare ha migliorato la porosità di questa parte del vigneto, con una maggiore presenza di radici nello strato superficiale del suolo.
È stata valutata la ricchezza floristica, espressa per i taxa principali, nelle parti del filare maggiormente calpestate dalle trattrici e nelle zone più vicine al sottofila. Le osservazioni, realizzate con la tecnica del cerchio, sono state eseguite alla fine di maggio, nel momento di massimo sviluppo delle specie presenti. Nelle zone stressate dal compattamento la quantità di specie si è ridotta circa del 50% e si è evidenziata una presenza dominante di specie nitrofile ed idrofile. Inoltre si è fortemente ridotta la frequenza di alcune specie che rappresentano quella quota di biodiversità funzionale necessaria per garantire la presenza di acari ed insetti utili all’equilibrio dell’entomofauna parassita del vigneto. Questa riduzione di biodiversità è stata particolarmente evidente nelle parcelle dove l’elevato numero di passaggi della trattrice (più del doppio rispetto al programma Magis) ha maggiormente compattato il suolo, soprattutto nei primi interventi.
Gli insetti ed i lombrichi sono buoni indicatori della qualità di un suolo e sono responsabili della sua fertilità e della sua aerazione. In particolare i lombrichi sono molto sensibili alle perturbazioni antropiche ed ai contenuti di rame del suolo.
È stata sviluppata una tecnica di facile applicazione che consente al viticoltore di valutare direttamente i suoi comportamenti nei confronti del mantenimento della biodiversità animale del suolo attraverso la valutazione della presenza di lombrichi, con un metodo che si basa sulla distribuzione di una soluzione di senape al suolo per effetto della quale i lombrichi escono in superficie e possono così essere stimati come numerosità e tassonomia. Pur non facendo la distinzione tra le varie specie di anellidi, si sono evidenziate grandi differenze tra la presenza di lombrichi nelle zone calpestate e quelle al centro del filare e tra le parcelle trattate con rameici e con il protocollo Magis. Nelle parti dei vigneti con le migliori condizione di aerazione (protocollo Magis e centro del filare), il numero medio di lombrichi è stato di circa tre volte superiore a quello del testimone e delle vigneto trattato con rame.
L’analisi dei carabidi consente di valutare la complessità delle catene alimentari, essendo questi insetti voraci predatori di altri insetti. La conta dei carabidi è stata effettuata attraverso la sistemazione di piastre di legno (cosiddette zone rifugio) all’inizio della stagione, osservandole regolarmente fino all’autunno. Senza distinguere tra piccoli carabidi e grandi carabidi, la frequenza di questi insetti nelle parcelle condotte con il protocollo Magis era del 10% maggiore di quella nelle parcelle trattate con rame, segno che la quantità di pabulum costituito da altri insetti era minore.
Si è stimata inoltre la presenza di un collembolo, la Folsimia candida, indicatore molto sensibile ai tenori di rame nel suolo, la cui presenza è fondamentale per la catena alimentare dei microcaribidi. Nei suoli delle parcelle trattate con rame non vi era presenza di F. candida mentre nelle altre due gli esemplari contati erano presenti in quantità rilevanti.

 

Classificare la fauna del terreno
È possibile distinguere tra gli artropodi e gli insetti di categorie funzionali distinte. Si definisce infatti fauna ausiliaria quella costituita dagli artropodi predatori (es. fitoseidi) che controllano le popolazioni dei ragnetti fitofagi, dai cosiddetti predatori occasionali e regolari (coccinellidi, nevropteri, dipteri emitteri) e dagli insetti parassitoidi (imenotteri ed alcuni ditteri, soprattutto delle fasi preimaginali). Tutti questi insetti, alleati del viticoltore nel contrastare i parassiti animali, si giovano di inerbimenti soprattutto spontanei, dove sono presenti alcune specie vegetali appartenenti alle rosacee, plantaginee, labiate, composite, meno alle graminacee. Che vanno mantenute nel vigneto il più possibile, in fioritura.

 

Quanto è diffuso l'inerbimento del vigneto?
In Italia mancano dati aggiornati sulle superfici di vigneti inerbiti, anche se si può affermare che nel Trentino Alto Adige ed in molte zone anche collinari del Veneto e Friuli ormai la totalità della viticoltura è praticata con l’inerbimento spontaneo permanente, mentre è in forte espansione in Toscana  e Lazio la pratica dell’inerbimento temporaneo autunno-primaverile. In Francia sono inerbiti il 50% dei vigneti alsaziani, il 40 % di quelli bordolesi e solo il 2% di quelli della Linguadoca.

 

I vantaggi della pacciamatura
La pacciamatura migliora notevolmente l’infiltrazione delle acque meteoriche, impedendo il loro scorrimento, e controlla in modo efficace la flora spontanea. Rappresenta inoltre dopo qualche anno una discreta fonte di azoto, di calcio e di potassio per la pianta. Limita nei terreni salati l’accumulo di sali nel suolo perché riduce la superficie di evaporazione dello stesso e riduce paradossalmente il fabbisogno di acqua irrigua perché consente di aumentare le risorse invernali durante il periodo delle piogge. Inoltre il mantenimento della copertura vegetale in inverno negli ambienti temperato-caldi diminuisce la percolazione dei nitrati in falda.

 

Articolo a firma di Attilio Scienza – Dipartimento di Scienze Agrarie ed Ambientali – Produzione,Territorio,Agroenergia – DISAA – Università degli Studi di Milano

Approfondimenti a cura dell’Autore

 

PER APPROFONDIRE

Nomi e citazioni

Bacone scriveva: “Non si comanda alla natura se non assecondandola”. In altre parole, si può ottenere di più da ecosistema agricolo rispettandone il funzionamento, piuttosto che operando una forzatura che porti ad una deformazione dell’ecosistema stesso.
La definizione di agricoltura ecologicamente intensiva è di P.P. Rabh, agricoltore e filosofo che nel 1928 preconizzò un’agricoltura fondata sulla semplicità e salubrità dei comportamenti ed un impiego delle risorse nel rispetto della natura. Contemporaneo di R. Steiner, padre dell’antroposofia, per il quale l’agroecologia doveva basarsi su pratiche esoteriche, Rabh affermava invece che la nuova agricoltura si fondava sullo sviluppo delle conoscenze derivanti dall’applicazione delle scoperte dell’agronomia, dell’ingegneria e della tecnologia.

Il letame come male necessario

La prima rivoluzione agricola si è sviluppata incrementando la fertilità dei suoli attraverso l’utilizzo della sostanza organica prodotta dall’allevamento animale e lo sfruttamento della fissazione dell’azoto atmosferico da parte delle leguminose. Agli inizi del Novecento il mondo scientifico, per effetto della prima produzione di concimi minerali da parte dell’industria, in sostituzione del letame, considerato un male necessario, si era diviso in dispute molto accese tra umisti e mineralisti. La riduzione e quindi la scomparsa della sostanza organica ha provocato una progressiva riduzione della fertilità dei suoli dei vigneti, che si manifesta non solo con la riduzione della disponibilità dei nutrienti ma soprattutto nella perdita di stabilità degli aggregati umo-minerali e di potenziale biologico complessivo dei suoli.

Sistemi di viticoltura a confronto

Vicino ad una viticoltura convenzionale, di gran lunga la più diffusa nel mondo, frutto degli insegnamenti della rivoluzione verde e che massimizza il rendimento dei fattori produttivi impiegati (vitigno, tecnica colturale, interazione con l’ambiente), anche attraverso un elevato impiego della meccanizzazione, si è sviluppata a partire dagli anni Settanta, quasi in contrapposizione, la viticoltura biologica, che rifiuta l’impiego dei prodotti di sintesi (antiparassitari e concimi) e si affida soprattutto al mantenimento della fertilità fisico-chimica dei suoli per garantire la sopravvivenza della coltura della vite nel tempo.
Le distanze nei contenuti tra questa forma di viticoltura e quella cosiddetta ragionata e integrata si sono in questi ultimi anni via via attenuate. Infatti la viticoltura ragionata ha introdotto procedure che hanno notevolmente ridotto l’impiego dei prodotti di sintesi, ulteriormente razionalizzato nella viticoltura integrata, dove il termine integrato mette l’accento sull’autonomia del sistema di produzione attraverso pratiche agricole che valorizzano gli equilibri ospite-parassita e una gestione del suolo che riduce gli apporti fertilizzanti esterni e favorisce l’approfondimento delle acque piovane.
Il grande salto di qualità nella gestione del vigneto è però rappresentato dalla viticoltura durevole, che rappresenta quella forma di produzione che risponde ai bisogni del presente senza compromettere le capacità delle generazioni future di rispondere ai loro. Il concetto insiste sul rispetto dei limiti ecologici ed ambientali di ogni terroir e sulle potenzialità economiche e sociali dei viticoltori di quel territorio. Questo tipo di viticoltura si propone obiettivi molto più ambiziosi: limitare l’effetto serra, ridurre la degradazione del suolo, limitare la dipendenza energetica fossile, ridurre i rifiuti e moderare l’uso degli antiparassitari. In sostanza è una forma di viticoltura integrata che porta alla creazione di un sistema produttivo con una grande autonomia ecologica.  Essa parte dalla considerazione che la viticoltura, in quanto forma di produzione agricola intensiva e quindi poco virtuosa per l’ambiente, può avere effetti meno aggressivi se riesce a ridurre gli input esterni ed a valorizzare quelli presenti nell’ecosistema naturale (acqua, luce, azoto etc), andando verso un modello di viticoltura alternativa a quella attuale della monocoltura, rendendolo più complesso attraverso la consociazione delle vite con altre specie vegetali ed animali, per realizzare un ecosistema produttivo meno esigente e capace di migliorare la sua resilienza ed adattabilità alle modificazioni esterne (cambiamento climatico).
I tratti significativi che distinguono una viticoltura cosiddetta moderna (produttivistica, industrializzata, connessa ai mercati mondiali delle commodity, che impiega molti capitali e poca manodopera), che rappresenta il modello produttivo delle multinazionali delle bevande che operano soprattutto nel Nuovo Mondo, da quello della viticoltura famigliare delle piccole aziende, gravata da arcaismi, con gravi difficoltà ad accedere ai mercati e poco competitive in termini economici, sono ormai rappresentati solo dai differenti processi di intensificazione produttiva, che le rende soprattutto bio-diverse. Naturalmente il ventaglio delle situazioni intermedie è molto ampio ma, tralasciando le posizioni delle viticolture alternative ed ideologiche (biologico e biodinamico), l’asse discriminante tra le due espressioni fondamentali consiste nelle modalità di gestione del suolo e nei significati che questa pratica ha in tutte le altre tecniche colturali applicate nel vigneto.
La tendenza è comunque ad un loro progressivo riavvicinamento: la prima è costretta a rivedere i suoi processi produttivi per diventare più durevole, la seconda dovrà investire maggiormente sul suo patrimonio biologico come fattore di adattamento futuro.

Come la rivoluzione verde

La definizione di viticoltura ecologicamente intensiva potrebbe nei prossimi anni avere lo stesso impatto nell’opinione pubblica che ebbe negli anni Sessanta la rivoluzione verde, che ha permesso soprattutto nei cereali, ma non solo, di ottenere rese produttive spettacolari attraverso i progressi della genetica e dell’impiego di concimi, irrigazione e prodotti fitosanitari.
L’obiettivo è quello di ripetere il successo delle rivoluzione verde in viticoltura, ma in modo equo, sostenibile ed ambientalmente sano. Una sorta di rivoluzione doppiamente verde, come afferma Griffon (1996), per il quale la viticoltura e l’agronomia in genere devono essere considerate aspetti dell’ecologia operativa, branca dell’ecologia scientifica.

La funzionalità ecologica del vigneto

La funzionalità ecologica del vigneto si esprime così a più livelli:
fertilità del suolo: attraverso le presenza di leguminose N-fissatrici, l’effetto mulch per la decomposizione della biomassa vegetale, l’umificazione e la mineralizzazione per l’azione della fauna del suolo, il trasporto dei nutrienti per la presenza delle micorrize, l’effetto fertilizzante del compost, il riciclo dei nutrienti per l’azione delle radici profonde (es. crucifere);
struttura del suolo: attraverso l’azione strutturante della fauna e della flora del suolo, l’azione di alcune piante sul ripristino della struttura del suolo per effetto delle loro radici profonde, l’estensione dell’orizzonte A (il più esplorato dalle radici) per l’azione della fauna del suolo, il ruolo dell’umificazione nella formazione dei complessi argillo-umici stabili, soprattutto nei confronti dell’azione della luce e dell’erosione, l’effetto della copertura vegetale sulla riduzione dell’erosione causata dalle piogge e dal vento;
circolazione dell’acqua nel suolo e nel sottosuolo: effetto del popolamento vegetale e della copertura sull’infiltrazione e il ruscellamento, nonché sull’evaporazione dell’acqua dal suolo;
fotosintesi: utilizzo ottimale della luce, senza perdite sul suolo nudo, per produrre biomassa;
mineralizzazione: trasformazione della materia organica del suolo in ioni minerali per azione dei batteri;
diversità genetica tra le specie: regolazione e controllo delle specie più competitive in modo naturale, effetto sui parassiti e malattie, effetti allelopatici, produzione di elicitori ed emissione di sostanze che rallentano lo sviluppo dei parassiti.

Biodiversità e funzionamento del suolo

La biodiversità di un vigneto è definita come l’insieme di tutte le forme di vita presenti sulla superficie e nel suolo (piante, animali, microrganismi) fino ai geni delle varie entità viventi. Il suolo si caratterizza per una interazione intima e multipla tra la porzione minerale, organica, gassosa e gli organismi viventi, che si possono classificare in 5 grandi gruppi in funzione della loro taglia: macrofauna (es. talpe), mesofauna (collemboli), microfauna (nematodi) e microorganismi (batteri, funghi).
La biodiversità condiziona la capacità di un suolo di resistere ai cambiamenti rapidi che avvengono nelle diverse condizioni ambientali e la possibilità di raggiungere lo stato di equilibrio (resilienza). Su di essa agiscono i fattori pedoclimatici e le pratiche colturali (vedere approfondimenti sul web).
Le modalità di gestione del suolo hanno una significativa influenza sui risultati vegeto-produttivi ed economici del vigneto. Influenzano infatti le disponibilità idriche per la pianta, la nutrizione minerale, le strategie della lotta antiparassitaria ed in generale il livello di biodiversità, aspetto questo trascurato fino ad un recente passato ma che sta assumendo crescente importanza nella valutazione della sostenibilità delle produzioni viticole.

Biodiversità del suolo, clima e tecniche colturali

Le comunità microbiologiche presentano una grande capacità di adattamento ai cambiamenti climatici che si manifestano nelle variazioni termiche e di umidità. Molto meno plastici appaiono la microfauna ed i funghi, che inoltre sono fortemente condizionati dalle pratiche colturali. In particolare, tra queste le più impattanti (in senso positivo e negativo) sono la copertura vegetale, le lavorazioni al suolo, il drenaggio e l’irrigazione, che agiscono soprattutto sulla disponibilità di carbonio. In genere le lavorazioni operano in senso negativo sulla presenza di alcune specie (es. i lombrichi) per l’accelerazione che provocano sulla mineralizzazione e ossidazione della sostanza organica e quindi sulle disponibilità trofiche. Associato alla lavorazione è di norma il compattamento superficiale del suolo (suola di lavorazione), che peggiora le condizioni di sviluppo degli organismi tellurici soprattutto per le variazioni nelle frazioni gassose (riduzione di ossigeno ed incremento di etilene ed anidride carbonica) .

Le modalità di interazione tra gli organismi del suolo

Le interazioni trofiche

La grande diversità degli organismi del suolo si sviluppa a partire dall’abbondanza della sostanza organica in decomposizione. La sua mineralizzazione si realizza per l’azione dei microrganismi (batteri e funghi), le cui attività sono fortemente regolate da altri microorganismi di un livello trofico superiore (detti microregolatori trofici), rappresentati da nematodi, protozoi, acari, collemboli) che solo recentemente sono state meglio dettagliate. In particolare è stato dimostrato che la diversità delle micorrize, dei batterie e dei lombrichi è determinata dalla diversità della flora ed una riduzione delle specie presenti ha un effetto negativo sulla attività complessiva del suolo.

Le interazioni non trofiche

Sono il risultato di azioni fisiche indirizzate a rendere l’ecosistema tellurico più adatto a rendere disponibili risorse trofiche agli organismi. Questo tipo di azione viene svolta soprattutto dai lombrichi, che assumono così un ruolo centrale nel funzionamento biologico del suolo. I lombrichi, considerati gli ingegneri del suolo, modificano per digestione le comunità di batteri, funghi e protozoi, collemboli ed acari e operano una selezione positiva sui funghi del suolo. La loro azione si esplica quindi nel miglioramento della mineralizzazione dei nutrienti, nella disponibilità di acqua e di ossigeno lungo il profilo, nella dispersione di microrganismi che favoriscono la crescita delle piante e di quelli che sono antagonisti dei bio-aggressori delle radici.

La diffusione dell’inerbimento

Dagli anni Settanta questa pratica si è via via diffusa dagli ambienti dove da molto tempo era praticata (Trentino Alto Adige, pianura veneta, friulana, emiliana etc.) a molte zone viticole di collina dell’Italia centro-settentrionale, spingendosi talvolta con successo anche nell’Italia meridionale, nelle forme meno competitive sotto il profilo idrico. Il maggior ostacolo alla sua diffusione è, come spesso capita in viticoltura, il retaggio culturale che vedeva nell’inerbimento del vigneto una forma di trascuratezza che si rifletteva negativamente sulle capacità del viticoltore. Il cambiamento di atteggiamento è avvenuto con la necessità di coltivare la vite a ritto chino, per poter introdurre una adeguata meccanizzazione, fatto che era però causa di gravi fenomeni di erosione e talvolta di microfrane (Oltrepò Pavese), controllabili solo dall’inerbimento, prevalentemente spontaneo e permanente. La necessità di disporre di una maggiore massa vegetale ed i limiti imposti dalle disponibilità idriche, che dagli anni Ottanta si sono progressivamente ridotte per il cambio climatico, hanno via via incentivato gli inerbimenti artificiali temporanei, simili per alcuni versi ai sovesci, nei quali però l’interramento, se viene fatto, è molto più superficiale e le essenze impiegate non sono le tradizionali leguminose (es. fava o favino), ma le graminacee o miscele tra leguminose (es. veccia) e graminacee (es. segale), con altre specie complementari quali ad es. la facelia o la senape.

Inerbimento ed eco-sostenibilità

Le limitazioni nell’impiego degli erbicidi residuali nei sottofila dei vigneti, previste dai disciplinari di produzione integrata, hanno da un lato favorito lo sviluppo di molecole ad effetto diverso ma dall’altro hanno stimolato lo sviluppo di una flora di sostituzione di difficile controllo. La soluzione è quindi agronomica e consiste nell’accumulo dell’erba pacciamata dell’interfilare, che viene andanata da un sistema di traslazione laterale della pacciamatrice, lungo il filare. Il metodo, chiamato sistema sandwich, si rivela molto efficace soprattutto dopo alcuni anni di applicazione, non solo per il controllo delle infestanti ma anche per quelle forme di erosione ruscellare molto frequenti ai lati del tratto diserbato. Inoltre, essendo il sottofila la zona di terreno maggiormente esplorata dalle radici, la mineralizzazione della sostanza organica accumulata nel tempo restituisce annualmente al terreno circa 20 kg di azoto ad ettaro.

La scelta delle specie per la pacciamatura

Quando l’obiettivo è la pacciamatura, la scelta delle specie assolve a particolari esigenze: ad esempio l’uso della veccia, da sola o con la segale, viene preconizzato per contrastare i nematodi del terreno, la miscela di avena, festuca e lolio con il trifolio traseminato per ridurre il vigore del vigneto, le leguminose (veccia, pisello) con cereali a taglia alta (segale ed avena) nei terreni poco fertili dove è importante una buona presenza di azoto, mentre in terreni umidi l’essenza più adatta è il trifoglio bianco. Di solito si semina sul sodo, in autunno dopo la vendemmia. È necessaria una concimazione supplementare con circa 30 kg di azoto/ha in primavera prima della pacciamatura per evitare che la vite vada in carenza azotata durante lo sviluppo dei germogli e la fioritura per la sottrazione dell’elemento da parte dei batteri umificanti. È necessaria una grande attenzione per evitare i danni da gelate primaverili ed il costo di questi interventi è abbastanza elevato.
Negli inerbimenti artificiali temporanei dove è previsto l’impiego di miscele che contemplano anche la presenza di specie prostrate o a bassa taglia, quali il trifoglio bianco, la stellaria o la festuca ovina, è conveniente incrementare l’altezza di taglio della pacciamatrice per mantenere più a lungo l’attività vegetativa di queste specie.

Pacciamatura: esempi nel nuovo mondo

In alcune regioni viticole del Nuovo Mondo, per contrastare le conseguenze negative della scarsità di sostanza organica nei vigneti, si è diffusa la semina, con la successiva pacciamatura, di alcuni cereali a taglia alta come la segale o il triticale, con risultati molto positivi, soprattutto se la tecnica è attuata per molti cicli vegetativi. Forniscono una maggiore massa di sostanza organica, ma hanno lo svantaggio di non migliorare la portanza dei suoli. Una forma particolare di pacciamatura viene attuata in Australia negli inerbimenti temporanei artificiali soprattutto con cereali (chiamata rolled crops), per migliorare gli effetti della sostanza organica sulla struttura del suolo in terreni sabbiosi ed è realizzata cercando di mantenere il più possibile l’integrità del culmo nel taglio, evitandone lo sminuzzamento eccessivo.

Comprendere l’ecosistema viticolo attraverso il suo funzionamento e la sua complessità

L’obiettivo di un ecosistema agricolo è la resilienza, proprietà presente negli ecosistemi naturali che è il risultato di alcune condizioni quali la complessità dell’organizzazione funzionale che garantisce la solidità (nel senso di tenere tutti i costituenti assieme), la diversità dei partecipanti (vegetali, fauna, risorse alimentari), gli stock e le risorse sistemiche. Il suolo è come un reattore biologico dove la carica batterica, i funghi e le micorrize rappresentano i protagonisti della degradazione e della utilizzo funzionale della sostanza organica al fine di mettere a disposizione della radice della vite gli elementi naturali che sono necessari al suo sviluppo.
Per poter valutare gli effetti della cosiddetta intensificazione ecologica dei vigneti sono necessari degli approcci scientifico-metabolici interdisciplinari:
– gli studi delle relazioni funzionali che permettono di analizzare i cicli dei nutrienti, soprattutto dell’azoto, gli antagonismi trofici tra le specie che regolano le dinamiche delle popolazioni vegetali ed animali, le interazioni tra gli ausiliari ed i patogeni della vite;
– ecologia funzionale per lo studio delle relazioni tra individui che appartengono a più specie vegetali o animali in un preciso ambiente, come ad esempio una frazione di suolo;
– eco fisiologia per valutare le risposte comportamentali degli organismi in un preciso ambiente definito dai parametri termici, di umidità, di nutrienti disponibili, con il calcolo dei flussi di materia e di energia tra il suolo del vigneto e l’atmosfera.
È quindi necessario sviluppare la convergenza tra la viticoltura e l’ecologia scientifica , la cosiddetta viti-ecologia per favorire la protezione o la rigenerazione delle strutture naturali di un vigneto,anche nell’impatto che hanno forme di viticoltura alternativa sulla biodiversità e sulla qualità della produzione. Si fanno spesso affermazioni sulla bontà della viticoltura biodinamica sulla biodiversità e sull’interpretazione corretta del terroir senza il suffragio di risultati sperimentali.

Considerazioni sulle strategie di difesa

La valutazione della biodiversità di un vigneto rappresenta un indicatore importante per valutare l’impatto delle strategie di difesa antiparassitaria sulle risorse ambientali. La sostenibilità sociale e ambientale non deve sottovalutare quella economica per evitare che l’azienda viticola esca dal mercato per i costi di produzione troppo elevati. Le attuali strategie di difesa proposte dal protocollo Magis assolvono a queste esigenze in quanto consentono una produzione di uva in termini di qualità e quantità adeguate, con un risparmio di costi nell’ottica di una riduzione dell’impatto ambientale.
In questa esperienza preliminare sono stati valutati gli effetti di diverse strategie di lotta su alcuni aspetti della biodiversità del suolo (spettro floristico e microfauna). In particolare sono stati considerati gli effetti del calpestamento e dei residui di rame, indotti da una lotta eseguita con zolfo e rameici. La maggior frequenza di passaggi su suoli spesso a bassa portanza, come sono di norma in primavera dopo le piogge, ha provocato stress da calpestamento quali la riduzione di porosità, particolarmente evidenti in impianti ad alta densità, dove la quota di suolo soggetta a passaggio delle trattrici è superiore al 50% della superficie totale dell’interfilare.
Questo compattamento degli strati superficiali del suolo provoca riduzione di ossigeno e ristagni idrici che solo in parte sono risolti dalle rippature e che hanno effetti importanti sullo spettro floristico e sulla presenza di alcuni taxa dell’entomofauna.
Le parcelle sottoposte a lotta con rameici, a causa del doppio dei passaggi con la trattrice per i trattamenti, hanno evidenziato un’alterazione dello spettro floristico (grave perdita di biodiversità) e nella catena alimentare della microfauna.
I due indicatori utilizzati sono quindi apparsi molto efficaci per valutare l’impatto della lotta antiparassitaria sulla biodiversità del suolo.